DIRITTO INTERNAZIONALE -COMUNITARIO - LA REALTA' E IL LIMITE DELLA NORMA- LEGGEPRATICA

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DIRITTO

Violazioni del diritto comunitario


Nella stessa nostra Carta Costituzionale    si fa  riferimento ai principi comunitari
a) in modo implicito, nell'art. 11, in cui si accenna alla ammissibilità di limitazioni di sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati, da parte di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni.
b) in modo esplicito, invece, nell'art. 117 Cost., al secondo comma, lettera a), in cui si attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva, tra l’altro, in materia di politica estera e rapporti internazionali nonché di rapporti dello Stati con l'Unione Europea. Peraltro, al primo comma, viene specificato che la potestà legislativa viene esercitata dallo Stato e dalle Regioni non solo nel rispetto della Costituzione ma anche dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Secondo la teoria monista,  i principi comunitari e le norme nazionali sono integrati in un unico sistema giuridico, configurandosi in tal senso il principio di primazia del diritto comunitario. Tale teoria è contrastata da quella dualista che sostiene che si tratta di ordinamenti distinti e separati in relazione ai quali le norme comunitarie vanno a porsi come superiori in quanto non derogabili e da rispettare, purchè non in contrasto con i principi e le libertà fondamentali posti alla base della Costituzione, sulla base della teoria dei “controlimiti”.

Passando ad analizzare i rapporti tra diritto  comunitario e diritto interno, occorre evidenziare le problematiche che sorgono nei casi in cui uno Stato membro della Comunità violi una norma comunitaria. A tal riguardo, occorre precisare che gli atti vincolanti sono non solo le norme comunitarie sancite nei Trattati ma anche i regolamenti che hanno efficacia self- executing all'interno dei singoli Stati, e le direttive, le quali, però, sono vincolanti solo per quanto concerne il risultato da raggiungere, attribuendo allo Stato la facoltà di preordinazione in ordine ai mezzi e alle modalità di raggiungimento dello scopo prefissato.
Le raccomandazioni e i pareri, di contro, non sono vincolanti ma hanno una mera influenza propulsiva e propositiva in relazione alla quale lo Stato potrà scegliere se adeguarsi o meno.

Nel caso di   violazioni agli atti dispositivi vincolanti è previsto il ricorso per infrazione,  preceduto da un sollecito, da parte della Commissione  verso lo Stato   a conformarsi all’obbligo comunitario,  e seguito  dal Ricorso alla Commissione di Giustizia per l’inadempimento dello Stato. La  Corte di Giustizia può essere adita anche da altro Stato membro, che richiedendo un  parere motivato alla Commisssione sulla violazione commessa, non riceve alcuna risposta.
Se la Corte di Giustizia ritenga realmente avvenuta la violazione, emanerà una sentenza in cui saranno indicati i provvedimenti che dovranno essere adottati in conformità dell’obbligo violato.
In caso di inottemperanza della sentenza della Corte, la Commissione potrà ricorrere nuovamente alla Corte di Giustizia, la quale applicherà una sanzione pecuniaria.

Una risposta sanzionatoria più incidente di quella pecuniaria   da parte dell’Unione europea si ha quando lo Strato membro violi gravemente uno dei principi di uguaglianza, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, dello Stato di diritto, previsti ex art. 6 del Trattato dell'Unione Europea. In tal caso, l'art. 7 del Trattato dispone che su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione, il Consiglio può constatare che esista la violazione  
Considerando non validi motivi esposti, il Consiglio può decidere di sospendere alcuni dei diritti attribuiti allo Stato stesso dal Trattato, tenendo conto anche delle possibili conseguenze di tale sospensione sui diritti e obblighi dei singoli cittadini.
È evidente che in tal caso i provvedimenti adottati dal Consiglio vanno ad incidere sulla posizione dello Stato membro, determinando una diminuzione dei diritti rispetto agli altri Stati membri.  

Per il principio dell' effettività del diritto comunitario, la violazione di una norma comunitaria attributiva di diritti ai singoli, con effetto diretto, da parte di uno Stato membro comporta il risarcimento del danno senza la necessità di adire la Corte di Giustizia per la constatazione dell'effettivo inadempimento
Per quanto riguarda  l'ipotesi in cui vi sia una violazione delle norme di diritto comunitario da parte dello Stato che vada a colpire i singoli individui, questi ultimi potranno adire il giudice nazionale per ottenere il risarcimento del danno subito per ritardata o persistente inosservanza e in attuazione del diritto comunitario. Infatti è stato previsto, come ulteriore forma sanzionatoria e per sollecitare l'adesione al diritto comunitario, la possibilità per i singoli individui che subiscano una disparità di trattamento rispetto agli altri cittadini dell'UE il cui Stato abbia dato applicazione al diritto comunitario.
Il problema al riguardo sorge essenzialmente riguardo l'attuazione delle direttive comunitarie.
In relazione alle direttive, infatti, lo Stato deve porre in essere tutte quelle misure idonee a darvi attuazione per cui, nel caso in cui tali misure non vengano predisposte, il singolo individuo potrà subire un pregiudizio nonchè un diverso trattamento rispetto al cittadino dello Stato che, invece, ne abbia dato attuazione.
E’ prescritta, da una direttiva, la piena efficacia di questa norma di diritto comunitario  che esige che sia riconosciuto un diritto a risarcimento  ove ricorrano tre condizioni.
La prima di queste condizioni è che il risultato prescritto dalla direttiva implichi l' attribuzione di diritti a favore dei singoli. La seconda condizione è che il contenuto di tali diritti possa essere individuato sulla base delle disposizioni della direttiva.
Infine, la terza condizione è l' esistenza di un nesso di causalità tra la violazione dell' obbligo a carico dello Stato e il danno subito dai soggetti lesi. Tali condizioni sono sufficienti per far sorgere a vantaggio dei singoli un diritto ad ottenere un risarcimento, che trova direttamente il suo fondamento nel diritto comunitario.
A  differenza del risarcimento del danno prefisto dall'art. 2043 c.c. nel nostro ordinamento, si prescinde dall'elemento soggettivo della colpa e del dolo, considerando esclusivamente il nesso di causalità tra fatto e danno considerando la culpa in re ipsa, presupposta al del fatto illecito dello Stato inadempiente consistente nella violazione grave del diritto comunitario.
E’ evidente che occorre riferirsi in sede di liquidazione non solo al danno emergente ma anche al lucro cessante.


Per quanto riguarda, poi, l'illecito da parte della Pubblica Amministrazione derivante da violazione del diritto comunitario, occorre precisare che il provvedimento amministrativo in tal modo emanato risulti, senza dubbio, illegittimo: annullabile per violazione di legge, ex art. 21 octies L.241/90 o nullo, per carenza di potere,  ex art. 21 septies della medesima Legge, a seconda, rispettivamente, dell’accoglimento della teoria monista  o dualista.
Ci si chiede  se vi sia un obbligo da parte della P.A. di agire in via di autotutela per l'adeguamento al diritto comunitario: Da quanto esposto si può ricavare che in base al principio della primazia del diritto comunitario, la P.A., anche mediante l'autotutela, sarebbe vincolata a dare applicazione al diritto comunitario
.


Infine, in relazione alla forza vincolante del giudicato, ex art. 2909 c.c., occorre sottolineare che il principio dell'intangibilità del giudicato era ritenuto assolutamente inderogabile, anche qualora la sentenza passata in giudicato fosse risultata contrastante con una norma del diritto comunitario.  Successivamnte è intervenuta una   svolta in tal senso,  in quanto sempre sulla base del principio della primazia del diritto comunitario, era inaccettabile ammettere che il giudicato contrastante con il diritto comunitario non potesse essere travolto.
Si può agevolmente affermare oggi  che il diritto comunitario non impone in modo assoluto  ad un giudice nazionale di disapplicare le norme processuali interne che attribuiscono autorità di cosa giudicata ad una decisione, anche quando ciò permetterebbe di porre rimedio ad una violazione del diritto comunitario da parte di tale decisione.

Per quanto riguarda la responsabilità civile dei magistrati per inosservanza del diritto comunitario nello svolgimento della loro attività giurisdizionale, occorre evidenziare che nel nostro ordinamento vige la L. 117 del 1988 in base alla quale è previsto il risarcimento del danno causato dall'attività del magistrato ai singoli in caso di dolo o colpa grave. Tale legge è stata impugnata davanti la Corte di Giustizia europea evidenziandone la contrarietà al diritto comunitario per il fatto che la responsabilità sia collegata ad un elemento soggettivo, quale il dolo e la colpa grave. Di qui la necessità di un adeguamento della normativa al diritto comunitario.
Infatti, limitare ai soli casi di dolo e colpa grave tale tipo di responsabilità significa inibire, di fatto, la tutela risarcitoria in caso di violazione del diritto comunitario da parte degli organi giurisdizionali laddove, invece, secondo costante giurisprudenza comunitaria, le condizioni per richiedere detta tutela consistono nel nesso teleologico diretto tra inottemperanza dell'obbligo e danno dei singoli,  nella esistenza di  una norma comunitaria attributiva dei diritti dei singoli, e nella  violazione concreta e manifesta della stessa.


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